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Cenni Storici
Sorbo
Serpico è situato su un altopiano (500 m s.l.m.) lambito dal fiume Salzola,
con un rigoglioso territorio (8,01 kmq) degradante verso Avellino da cui
dista 10 km, che costituisce un patrimonio notevole dal punto di vista
della bellezza naturalistica e del paesaggio. I pendii collinari sono ricoperti
da filari ordinati di viti e da verdi oliveti, mentre i monti da castagni,
querce, ontani, faggi e lecci. Ha
sorgenti d'acqua potabili che generano l'omonimo fiume Saliceto; un clima
mite e temperato e aria salubre. Si
vuole che il nome del paese derivi da un tempio dedicato a Serapide e
che esso fosse fondato da coloni romani venuti da Abellinum che avrebbero
introdotto qui questo culto. La posizione del forte doveva essere molto
importante essendo posto al punto di congiungimento fra la via Domitiana
e la via Erculea. Il Castello di Serpico, fatto costruire dai conti longobardi
di Avellino sulla collina omonima, ai confini con la contea di Conza,
godeva del diritto di pedaggio e fruttava pingui rendite ai suoi proprietari.
Già nel 901 vi era un casale di proprietà di Erimano, conte di Conza.
Sotto i normanni il castello appartenne
ai conti di Avellino. Serpico tu disabitato nel 1469 e la dimembrazione
della sua baronia avvenne nel 1545 quando il casale di Sorbo tu venduto
a Fabio Gesualdo, che ne divenne Signore con il titolo di Marchese. In
seguito passò ai Galeota, ma dopo la
famosa Congiura dei Baroni fu confiscato e donato ai della Marra, signori
di Serino. Poi, Ferrante I d'Aragona lo restituì ai Galeota ed infine
diventò feudo della famiglia Brancaccio dei Principi di Ruffano. All'epoca
dell'evacuazione da Serpico, il casale di Sorbo era costituito da poche
case; gli scampati da Serpico occuparono la parte alta di Sorbo e al centro
delle zone urbane il feudatario costituì la propria dimora.
Ebbe i natali in Sorbo padre Girolamo, che fu avvocato, monaco e ministro
dei Cappuccini, scrittore e teologo.
Inoltre, in Sorbo fu Arciprete, dal 1855 al 1894, il dotto sacerdote e
valente oratore e letterato D. Michele Palumbo di Bellizzi, autore di
una traduzione in ottava rima del Libro di Giobbe.
Si conserva un "Cristo morto", opera del celebre scultore Venuti,
opera d'arte pregevolissima.
Testi a cura di Clelia Cipolletta

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